I piedini di Barbablu

Luca Vitali, marzo 2025

“Quanto a quest’altra chiavicina qui, è quella della stanzina in fondo al gran corridoio del pian terreno. Siete padrona di aprir tutto, di andar dappertutto: ma in quanto alla piccola stanzina, vi proibisco d’entrarvi e ve lo proibisco in modo così assoluto, che se vi accadesse per disgrazia di aprirla, potete aspettarvi tutto dalla mia collera.”
Ella promette che sarebbe stata attaccata agli ordini: ed egli, dopo averla abbracciata, monta in carrozza e via per il suo viaggio.
Ma la curiosità, come un demone, spingeva la giovane sposa a esplorare oltre il limite, a scoprire il mistero celato dietro quell’uscio. Ripensò alla proibizione del marito e ai guai ai quali poteva andare incontro per la sua disubbidienza: ma la tentazione fu così potente, che non ci fu modo di vincerla. Prese dunque la chiave e, tremando come una foglia, spinse la porta dello stanzino.
Alla fioca luce della candela che l’accompagnava si addentrò nel buio, scoprendo man mano numerose e imponenti mensole a coprire le pareti. Sentiva che il fiato le mancava mentre esaminava più da vicino i ripiani: su ognuno giacevano coppie di piedi femminili, piedi nudi di giovane donna, molto belli, di diverse dimensioni e forme, ognuno troncato nettamente all’altezza della caviglia.
Sbalordita e colma d’angoscia, ella non poteva credere a ciò che i suoi occhi le rivelavano. La mente faticava a concepire il significato di quella macabra collezione. Le unghie perfettamente laccate, i polpastrelli delicati, ogni perfetta coppia di piedini raccontava una storia di passione segreta e insondabile, un’ossessione che non avrebbe mai potuto immaginare. Vincendo la paura, provò a sfiorare quella pelle così candida, e fu sorpresa nel trovare una superficie elastica, come di gomma. Non eran veri piedi, alfine.
Le sue mani, tremanti e curiose, si avvicinarono a due altri piedini, e l’orrore di quello che rappresentavano la colpì come un fulmine. Appariva a lei chiaro ch’ei ricorreva a simili congegni per soddisfare le sue voluttà solitarie.
Quelle memorie di passione erano segni di un amore corrotto, di un desiderio che si alimentava di segreti e fantasmi.
Il volto pallido come la neve, il ricordo delle parole di Barbablu le risuonava nell’anima: “Non entrare, non aprire.”
Voltatasi per fuggire, la porta dello stanzino proibito appena chiusa dietro di lei, un grido le sfuggì dalle labbra: “Barbablu!”.
L’eco di quel nome risuonò nel silenzio della stanza, mentre l’ombra del marito si ergeva all’ingresso, il viso scurito dalla collera. “Tu, donna, hai osato infrangere il mio ordine!” esclamò, la voce carica di una furia inarrestabile.

“Perché, oh perché, mi nascondeste la verità, consorte mio diletto? È palese che il mio signore adopera siffatti strumenti per solleticar le proprie voglie, tenendo occulta la cosa alla sua sposa” ella balbettò, le parole vibranti di terrore.

Barbablu, torvo nel volto, lo sguardo gelido come il ghiaccio, si avvicinò cavando il ferro dalla guaina. “La verità è una catena, mia cara sposa. Non tutti sono pronti a portarne il peso.” …

Immagine di freepik</a>

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