Overlook Hotel

Amedeo Rollo, marzo 2025

C’è un odore di ozono e di polvere metallica nell’aria, un sentore acre che pizzica le narici. Era buio da un bel po’ di tempo e io sono ore che guido… la strada si snoda come un nastro nero attraverso una landa desolata, dove solo scheletri di ciminiere di fabbriche abbandonate si stagliano contro un cielo plumbeo. La mia auto, un relitto a propulsione ibrida, rantola ad ogni dosso, un lamento metallico che si perde nel silenzio spettrale.
La riserva di benzina è quasi a zero, e l’ultima stazione di servizio è un cumulo di macerie fumanti.
Un’insegna inquietante mi indirizza verso l’Overlook Hotel. L’avevo sentito nominare, un luogo di leggende urbane, un rifugio per i reietti del sistema, un buco nero dove le leggi della fisica e della morale si dissolvono.
Svolto verso l’ingresso, un arco di cemento armato sbrecciato, e l’auto si ferma, esausta. Non ho scelta, devo proseguire a piedi. L’Overlook si erge come un monolite, un’architettura distorta che sfida la gravità, un labirinto di corridoi che si estendono all’infinito, illuminati da luci al neon tremolanti.
Varco la soglia, e un’ondata di calore umido mi avvolge. L’aria è densa di fumo di sigaretta, di hashish e di profumi sintetici, un miscuglio nauseabondo che mi fa girare la testa. Le pareti sono tappezzate di vecchie fotografie in bianco e nero, immagini ingiallite rese irriconoscibili dal tempo trascorso. Specchi scrostati sono disseminati qua e là.
Mi avvicino al bancone, un blocco di acciaio lucido, dove una figura androgina mi fissa con occhi vitrei. “Benvenuto all’Overlook”, dice con voce metallica. “Abbiamo tutto ciò che desideri”.
“Cerco solo un posto dove riposare”, rispondo con voce roca.
“Abbiamo camere per ogni tipo di desiderio”, replica la figura con un sorriso inquietante che le increspa le labbra. “Ma ricorda, una volta che entri, non potrai più uscire”.
Non do alcun peso a quell’avvertimento, sono stremato, devo assolutamente chiudere gli occhi, almeno per un paio d’ore.
Mi consegna una chiave, un oggetto freddo e pesante, e mi indica un corridoio infinito. Ogni porta è un varco verso un’altra dimensione, un mondo distorto dove i sogni si trasformano in incubi. Entro nella mia stanza, un cubo di cemento senza finestre, illuminato solo da una luce rossastra.
Mi sdraio sul letto, un materasso di gommapiuma che emana un odore di muffa. Lo schermo sulla parete si accende, mostra immagini di me stesso, intrappolato in un loop infinito, un’eco distorta della mia esistenza.
Solo ora capisco dove sono capitato: l’Overlook non è un hotel, è una prigione, un luogo dove i desideri si trasformano in incubi. E io, come tanti altri, sono destinato a vagare per i suoi corridoi, un’anima persa in un labirinto senza uscita.


Ispirato alla canzone degli Eagles “Hotel California”

Immagine di freepik</a>

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